Durante molte riunioni di consiglio direttivo delle società sportive giovanili, c’è una scena che si ripresenta di frequente: il bilancio annuale sul tavolo, le voci di spesa da approvare una per una, e qualcuno che, arrivato alla proposta dei palloni personalizzati con lo stemma del club, storce puntualmente il naso.
“Sono soldi buttati“, “ai ragazzi non interessa“, “meglio investire in attrezzatura vera“: sono obiezioni che chi gestisce una realtà di questo tipo conosce bene perché tornano ogni anno, quasi con le stesse parole.
Vediamole dunque una per una, valutandole attentamente e cercando di offrire una risposta pronta da portare in riunione.
Indice
- “Costano troppo per quello che sono”
- “Si rovinano dopo due allenamenti”
- “Non servono davvero a raccogliere fondi”
- “I ragazzi non ci fanno nemmeno caso”
“Costano troppo per quello che sono”
Si tratta dell’osservazione più immediata, ma anche la più fragile se messa a confronto con la realtà. Chi la solleva di solito confronta il prezzo del pallone con quello di un gadget qualsiasi — come una penna, un adesivo — dimenticando che il paragone più sensato è con l’attrezzatura sportiva vera e propria: borse sportive, gadget da allenamento, abbigliamento tecnico. Guardato accanto a queste voci, spesso ben più consistenti nel bilancio di una società giovanile, il costo di un pallone personalizzato tende a risultare meno gravoso di quanto possa sembrare se isolato sulla carta, soprattutto considerando che finisce comunque tra le spese previste ogni stagione.
Il vero errore, quando si valuta questo onere, è isolarlo dal resto invece di guardarlo nel contesto a cui appartiene. Un pallone che porta stampato il simbolo del club non compete con gli oggetti promozionali più economici, ma con le altre dotazioni sportive vere e proprie: è lì, quindi, che va fatto il confronto e non altrove.
“Si rovinano dopo due allenamenti”
Questa eccezione nasce spesso da un equivoco: si immagina il pallone sempre e solo come attrezzo da campo, sottoposto agli stessi urti e alla stessa usura di uno strumento da gioco qualunque. Ma non tutti gli ordini hanno questo scopo.
Un pallone da basket con il logo del circolo, pensato per una premiazione di fine campionato e destinato a restare esposto in una bacheca societaria, non deve affrontare il deterioramento quotidiano di un training. La sua funzione è diversa fin dall’inizio, ed è proprio questa distinzione — gioco o vetrina — che va chiarita prima di ordinare, in modo da scegliere il modello giusto per l’uso previsto, invece di giudicarlo con il metro sbagliato.
“Non servono davvero a raccogliere fondi”
Chi si occupa di bilanci in una polisportiva sa quanto sia difficile trovare entrate extra oltre alle quote associative. Qui il pallone gioca un ruolo che raramente viene considerato: quello di articolo da banco vendita.
Un pallone per pallavolo brandizzato in PVC, con i colori sociali, proposto a un mercatino organizzato a chiusura del campionato o durante il torneo genitori-figli, si vende con un margine superiore a quello di penne, magneti o altri piccoli gadget generici. Questo proprio perché rimane un oggetto che i bambini desiderano davvero, non un souvenir messo da parte e facilmente dimenticabile.
“I ragazzi non ci fanno nemmeno caso”
Questa è forse l’obiezione più superficiale di tutte, visto che parte da un presupposto sbagliato, vale a dire che i palloni siano solo un attrezzo, non un simbolo. Per un bambino che gioca nelle giovanili, indossare la maglia della propria squadra è già un piccolo orgoglio, ma questa cambia ogni stagione, si consuma, si passa al fratello minore.
Il pallone da calcio dedicato, invece, resta: portato a casa, tenuto in camera, mostrato agli amici del quartiere. Un gadget che diventa un pezzo di appartenenza, capace di durare ben oltre il momento contingente in cui è stato ricevuto.
Per concludere, le critiche raccolte fin qui nascondono quasi sempre lo stesso errore di prospettiva: valutare il pallone come semplice attrezzatura atletica, e non come strumento di identità e, all’occorrenza, di piccola raccolta fondi. Chi porta questa proposta in consiglio non sta chiedendo una spesa superflua, ma un investimento che lavora su più fronti insieme — visibilità, appartenenza, entrate extra — con un costo che si rivela contenuto rispetto al beneficio complessivo.
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